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Mercoledì 13 Novembre 2019
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08/02/2013 - Noi che da sempre siamo estimatori di un calcio fatto di motivazioni psicologiche prima ancora che tecniche, riscontriamo con piacere che anche nel pallone che conta esistono tracce di tali convinzioni. Il giocatore della Roma Rodrigo Taddei, ha così dichiarato ai microfoni di Sky Sport: “Conosco Andreazzoli da otto anni, siamo infatti arrivati a Roma insieme. Lui ha un ottimo dialogo con i giocatori e sono convinto che farà sentire tutti importanti, sia chi giocherà, sia chi andrà in panchina. La mia finta? La dedicai proprio ad Aurelio Andreazzoli perché me la faceva provare in allenamento e poi mi rimproverava perché non avevo il coraggio di farla durante la partita….!” Queste parole sono l’emblema di quanto riteniamo essenziale in questo mondo del calcio che sembra assumere sempre più i connotati di uno sport fatto da robot e non da uomini con tanto di cuore, anima e cervello. Ci sono sottigliezze che si colgono al solo sguardo dei propri calciatori, messaggi che un allenatore deve sapere percepire e interpretare per non perdere il ragazzo, per creare armonia nell’ambito dello spogliatoio e, soprattutto, per accrescere l’autostima necessaria all’atleta. E’ determinante l’empatia che si instaura attraverso la relazione, capace di far sentire importante soprattutto l’atleta che dovrà restare in panchina e quindi non fare parte degli undici titolari. Certo, ai fini della scelta definitiva dei titolari designati, ci devono essere da parte dell’allenatore una serie di convincimenti atti a migliorare le situazioni di squadra che si manifestano attraverso le caratteristiche tecniche, tattiche e atletiche dei giocatori stessi. Vivere insieme l’armonia di gruppo durante gli allenamenti settimanali, carpire gli umori, la salute fisica e mentale dei giocatori è essenziale per ogni allenatore che ha il compito di attuare il suo credo calcistico attraverso le caratteristiche dei propri atleti ma, anche, individuare certe soggettive situazioni caratteriali che possono destabilizzare la coesione di gruppo. La figura dell’allenatore moderno richiede quindi capacità e tendenze psicologiche che devono combinarsi perfettamente con il fattore tecnico – tattico. Il calcio, dunque, diventa cultura, filosofia, ricerca e cura dell’uomo prima ancora che dell’atleta. Ci fa piacere che Rodrigo Taddei con questa sua dichiarazione, abbia confermato quanto sin qui sostenuto da noi. E, se Andreazzoli dovrà dirgli di stare in panchina, lui accetterà senza sentirsi sminuire moralmente, senza avere effetti devastanti sulla sua autostima, anzi sarà pronto a dare una mano ai suoi compagni nel momento in cui gli sarà chiesto. Questo significa fare calcio; sport che deve essere interpretato come gioco di squadra praticato da uomini e non da robot.

Salvino Cavallaro          

 


 

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